Maledizione di Natale
Maledizione di Natale
La quercia è da sempre simbolo di forza e potenza. La città di Tricase è legata alla storia di questa pianta secolare. Nel passato la quercia fu fonte di crescita e sviluppo per tutto il territorio salentino, e per Tricase in particolare. Il valore della quercia (Vallonea) è oggi soprattutto 
paesaggistico-ornamentale, ma in passato era esclusivamente economico; le querce sono state infatti fonte di guadagno per numerosi artigiani tricasini. La cosiddetta “arte del Pelacane”, cioè l’arte di conciare le pelli, era un tempo molto fiorente in tutto il territorio salentino. Infatti dal frutto della quercia, la ghianda, si ricavava il “tannino”, sostanza utilizzata per trattare la pelle lavorata, rendendola imputrescibile. Il legno della quercia veniva inoltre utilizzato per la costruzione di navi e del mobilio. Nel territorio del comune di Tricase si possono ancora trovare degli esemplari di quercia Vallonea. la più famosa è senz’altro la cosiddetta Quercia dei Cento Cavalieri. Si tratta di un esemplare mastodontico e prodigioso, un vero e proprio monumento della natura, un dolmen vivente, il più bello e maestoso monumento arboreo della Puglia. Quest’albero ha più di 700 anni (risale al XIII sec.), e con la circonferenza del tronco di 4,5 metri e la sua splendida chioma che copre una superficie quadrata di 700 metri (si dice che sia servita da riparo a 100 cavalieri) è meta continua di turisti e curiosi. Più avanti, nelle campagne nei pressi della Marina Serra c’è un boschetto di vallonee denominato Falanida (dal nome della quercia nel dialetto locale). 
Si tratta di una sessantina di queste piante che occupano una superficie di quasi 5.000 m. di territorio comunale. L’importanza che questi alberi hanno avuto per la città di Tricase si evince dalla storia etimologica del suo nome. Secondo un’interpretazione popolare l’origine del nome della ridente
cittadina salentina risale al tardo medioevo, periodo in cui nel territorio sarebbe sorto un centro abitato costituito da tre masserie. Da questo nucleo originario si sarebbe in futuro sviluppato il paese, così come oggi lo conosciamo. L’ipotesi più accreditata dagli studiosi fa invece riferimento al termine Trix, Tricos che in greco antico può significare capello, ma anche pelle. Tricase deriverebbe il suo nome dunque dall’attività principale praticata dai suoi abili artigiani, quella della concia, al fine di evitare che sugli abiti in pelle indossati dai cittadini si producessero fenomeni di marcescenza (episodi questi che avrebbero potuto recare disagio e non poco imbarazzo soprattutto per le signore!). Questi storici e bellissimi esemplari formavano una macchia che si estendeva un tempo in tutto il Salento. Originari dell’Europa sud-orientale, vennero importati dalla Grecia nel medioevo, insieme all’arte della concia. Sono testimoni dei rapporti economici e culturali che
la Terra d’Otranto tesseva con il mondo greco-bizantino. Nel passato costituivano un tratto caratteristico della macchia mediterranea ma ora sono in via di estinzione.
Ultimamente sono stati inseriti nell’ambito degli itinerari turistico-culturali finanziati dalla Comunità Europea e ritenuti monumenti arborei da conservare e tutelare. Sono stati effettuati nel recente passato alcuni tentativi di rivalutazione di questo patrimonio paesaggistico, e anche storico e culturale, ma con scarso successo. In particolare nel boschetto della Falanida si è cercato di costruire un piccolo parco naturalistico, con tavoli panchine e pannelli espositivi. Tuttavia l’incuria della popolazione locale ha contribuito a determinare la decadenza e l’abbandono del parco, che adesso versa in uno stato di abbandono.La condizione salute di questi alberi è da alcuni anni sotto osservazione. La stabilità di questi giganti è infatti minata dalle radici dalla presenza di una comunità di Nematodi. Si tratta di una varietà di insetti di dimensione microscopica che aggrediscono le radici delle piante. La prolificità di questi mordaci parassiti è favorita da alcune circostanze ambientali: a causa della sua posizione geografica infatti, il sito naturalistico è da sempre colpito da allagamenti di acque reflue. Questi fenomeni hanno degradato nel corso del tempo la composizione del terreno, causando un indebolirsi continuo delle radici. Lo scorso lunedì, 17 dicembre, un temporale particolarmente violento ha scaricato una quantità impressionante d’acqua su tutta la parte meridionale della provincia di Lecce. Una tromba d’aria (fuori stagione) si è abbattuta sull’agro tricasino, nei pressi delle marine. La violenza del maltempo ha colpito con accanimento il boschetto della Falanida. Numerosi esemplari secolari sono stati svelti dalle loro fondamenta e ora giacciono sul suolo privi di vita.
Lo spettacolo che appare agli occhi del visitatore è agghiacciante. La visione del paesaggio stravolto dalla furia della natura provoca un dolore più forte di cento coltellate al cuore. Insieme agli alberi è stato sradicato per sempre un pezzo di storia di Tricase e di tutta
la Terra d’Otranto. Sangue della Terra! Dove fino a una settimana fa il verde intenso delle foglie occupava l’intero arco visivo ora si apre uno squarcio di cielo e il sole batte inclemente sul suolo umiliato e impoverito. Le campane che echeggiano lugubri, dal canale del Rio, ferita apertasi nella costa per l’ira demoniaca, ci ricordano altre intemperanze diaboliche. Quelle raccontateci da Dante, per bocca di Bonconte da Montefeltro, del diavolo adirato per l’anima di lui sottratta:
Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento
per la virtù che sua natura diede.
Indi la valle, come ‘l dì fù spento, da Pratomagno al gran giogo copersedi nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,
sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne. (Purg., V, vv. 112-123)
Buon Natale a tutti!
tinielo scrive,
23 Dicembre 2007 @ 19:49
Come dice GVino la tristezza è grande, intanto non ci è dato sapere se piante sane (non indebolite dagli stress provocati da accumulo nel terreno di acque reflue acide e nematodi) avrebbero meglio resistito all’ira di Dio!
Di certo la perdita naturalistica, storico – culturale e anche affettiva è grande come il vuoto lasciato tra quegl’alberi, riparo, tra l’altro, dal sole d’estate dei tanti pomeriggi trascorsi in comitiva a suonare jambè, padelle, tubi, bidoni…!
Questa essenza arborea ed il suo frutto hanno acquisito molta importanza nella storia di Tricase e dei Tricasini già a partire dal XVI secolo.
Infatti una delle attività che rendeva di più a quel tempo era quella del “Pelacane” .
Questa attività consisteva nel lavorare le pelli di capra o di becco fino ad ottenere “i cordovani”, che venivano tinti di nero.
Fino al 1649 infatti aveva prosperato qui una sola industria: quella della concia, che tra il 1400 e il 1600 aveva qualificato Tricase come porto di importanti commerci di pelli, conciate con il tannino estratto dalle ghiande delle querce della specie Vallonea (volgarmente dette anche “falamide”), con calce, solfuro ed acido solforico.
E per più di due secoli i Tricasini erano stati soprannominati “Pelacane” probabilmente dal greco “Pelacao” che indica lo scarneficare le pelli, prima operazione della concia .
La quercia vallonea permise l’ instaurazione dello “Jus auripellis” ( diritto di ornare con pelli dorate l’interno dei palazzi e dei lussuosi cocchi ).
Dal 1640, quando il porto di Tricase fu chiuso al traffico marittimo dal vicere conte d’ Ognatte per scongiurare il pericolo del contrabbando (così si disse all’epoca), cominciò il lento declino dell’ arte del Pelacane a Tricase e prese a svilupparsi l’agricoltura nel settore degli ortaggi .
Tra questi, le zucchine “cucuzze” in dialetto vendute come primizie in marzo ed aprile procuravano un significativo reddito sul mercato di allora che interessava tutto il Salento.
I Tricasini cominciarono quindi ad essere indicati con il termine “cucuzzari” per un tipo di coltura, appunto, che da allora caratterizza l’ agricoltura del luogo.
Per molti lustri infatti i giardini assolati di Tricase Porto e degli otto chilometri della fascia costiera hanno offerto le condizioni climatiche ideali e l’abbondante acqua richiesta per la coltura delle zucchine e la loro maturazione già in marzo e aprile .
Ancora oggi la “cucuzza” rientra in alcuni modi di dire che fanno riferimento a Tricase.
L’ espressione “i samenti de chira cucuzza” (i sementi di quella zucca), ad esempio, indica gli uomini che si sono distinti per opere dell’ intelletto .
Ed ancora “quannu se scarfa la cucuzza” (quando si scalda la zucca) indica il carattere dei Tricasini, tranquillo e paziente ma solo fino a che “nu se scarfa la cucuzza” appunto, quando cioè reagiscono con decisione. Il riferimento storico è alle sollevazioni popolari che Tricase ha vissuto all’ incirca in ogni secolo dell’ultima metà del secondo millennio: dalla resistenza al Duca di Alessano che nel 1495 voleva sottrarre Tricase alla fedeltà degli Aragonesi, alla reazione all’ assedio dei Veneziani che nel 1532 erano intenzionati a strapparla all’ imperatore Carlo V ; dalla ribellione di quel gruppo di Tricasini che sul finire del 1700 schierò contro i Gallone, feudatari dell’epoca, alla ribellione del 1935 che costò cinque morti e numerosi feriti perché le forze dell’ ordine spararono sulla folla in tumulto contro la decisione del regime fascista di sopprimere il locale Consorzio agrario ( ACAIT) sorto nel 1902 per iniziativa di Alfredo Codacci Pisanelli.
“Cucuzzari” per vocazione agricola, dunque, dopo i trascorsi di “Pelacane” o “diti niuri” come venivano chiamati in altri tempi i Tricasini, per avere le dita nere dalla concia .
Una vocazione agricola , col conseguente appellativo, che non ha risparmiato alcune frazioni di Tricase immortalate, in una filastrocca nota ancora oggi :
“A Tutinu i paparussi
a S. Eufemia e maranciane
a Caprarica ‘ i cistareddi
a Tricase i Cucuzzetti”
Facile dedurre che nella frazione di Tutino si coltivassero prevalentemente peperoni (alcune famiglie vengono ancora oggi chiamate ” Paparussi” ) e a S.Eufemia le melanzane, come accade ancora oggi.
Caprarica era invece nota per le sue civette ( “cistareddi” ) che nidificavano sulle mura del Castello, mentre per Tricase riecco la “cucuzza”, la zucchina, che insieme alla “falanita” hanno caratterizzato più un secolo di storia.
ku0k010 scrive,
23 Dicembre 2007 @ 21:32
Credo, che una piccolissima consolazione possa arrivare dal modo in cui questi alberi giganti sono stati distrutti, sicuramente più dignitoso di quello che sarebbe potuto essere con i parassiti invisibili, oppure con i “parassiti visibili” che, incuranti del valore di quel querceto, lo hanno trascurato ed abbandonato.
tinielo scrive,
24 Dicembre 2007 @ 11:50
Il mese scorso ho messo a germinare 18 ghiande in un semensale, così tra 2-3 secoli avremo già delle piante di dimensioni circa uguale alla metà della più grande delle piante cadute!
tinielo scrive,
26 Dicembre 2007 @ 03:46
foto qui:
http://picasaweb.google.it/associazionemobbasta/MaledizioneDiNatale
roccoflash scrive,
26 Dicembre 2007 @ 11:57
“…fatti non foste a viver come bruti…”,
ma anche le Vallonee lasciate al loro destino trovarono un’aria che le trombò….
impressionante….