Harder Faster Louder
Qualche giorno addietro girovagavo sul sito della shake edizioni per solita ricognizione sui libri e il conseguente frustrante aggiornamento dei desiderata natalizi che diventeranno pasquali e poi ferragostani indi genetliaci per ritornare natalizi dopo i buoni propositi onomastici.
Nel catalogo hanno inserito vivaddio un marcio succulento trucido cofanetto cha fa tanto nightmare before X-mas: AMERICAN HARDCORE, ovvero il documentario definitivo sulla scena HC statunitense dei primi ‘80, diretto da Paul Rachman e scritto da Steven Blush e il libro, scritto da quest’ultimo, AMERICAN PUNK HARDCORE, con oltre 400 pagine dense e ribollenti di interviste, critiche, spunti, aneddoti e tutto quanto rende vivide la storia e soprattutto l’identità di una scena davidiana che ha lottato contro i Goliath della comunicazione musicale e la politica reaganiana e ne è uscita sconfitta. Ma esplodendo l’ultimo respiro ha disseminato spore che sarebbero uscite come la pianta di fagioli di jack fino a entrare direttamente da dietro nell’immaginario musicale, colletivo e sociale dei 90.
La lettura e la visione del film e del libro danno idea di un senso compiuto, di una traccia musicale che ha ripreso le idee del punk britannico ma, perdendo oceano-traversando qualsiasi reminiscenza pop (chè popular erano i sex pistols e quasi working class i Clash) e fottutamente britannica, ha acquisito una ferocia e un carattere nettamente politico e universale che ne hanno decretato la fortuna anche fuori dall’ambito strettamente statunitense: da fenomeno suburbano, miscuglio di alienazione e affermazione tipico della gioventù claudicante dei sobborghi americani, è ritornato in Europa e, proprio nel nostro Brut Paese in putrefazione da fine anni 60 e schiettamente provinciale ha trovato una delle sue culle mondiali: Granducato HC, Negazione, Nabat e altri. La penisola per una volta ha ribollito di vita propria e vomitato sul globo tutta la rabbia e il senso di non adeguatezza che ha sempre fermentato nella nostra società, spiegando, anzi gridando sputando che il bel canto è morto-e-sepolto, che le città abitate dal nulla umano e architettonico sono fabbriche di alienazione e che la canzone italiana è una messinscena reiterata e avvilente di un mondo che non c’è più.
La poetica non è quella del film The warriors, grande affresco letterario classico con forme pop, ma quella di Dawn of the dead, degli zombi drogati di consumi che ritornano nel centro commerciale anche dopo morti: senza anima, consumatori per inerzia, proletari che scardinano con il loro non essere l’idea stessa che la società moderna possa averla questa anima. L’hardcore è la colonna sonora di questo processo, la cronaca musicale delle derive grigiaste del nostro tempo, dove le categorie merceologiche hanno sostituito quelle umane.
Questo aspetto ritorna nella narrazione dell’epopea dei gruppi del periodo: basti pensare ai Germs di L.A. protagonisti del film The decline of western civilization. Le storie dei grandi gruppi del periodo sono rese magnificamente dalle parole dei protagonisti e nel film ci sono immagini inedite e riprese dal vivo direttamente di quegli anni: dai Black Flag ai Bad Brains (la perla nera del lotto) dai Minor Threat ai Circle Jerks si scava e si guarda ad alzo zero quello che è stato allora, le vicende umane e politiche e le battaglie vitali ed emozionanti, fossero nei club o per strada contro poliziotti, mass media e benpensanti. Tutti tesi ad arginare questa musica tribale e nevrotica che però venica fuori come uno tsunami e travolgeva le città.
RIFERIMENTI
www.shake.it
AMERICAN HARDCORE
La storia del punk americano 1980-1986
un film di Paul Rachman, scritto da Steven Blush
Film+libro di 64 pp.
3 ORE, interviste, foto, musica, contenuti speciali.
Negli EXTRA interviste integrali + inediti. E inoltre un contributo di Mungo (Declino) sulla scena hardcore italiana
Euro 17,90
Sottotitoli in italiano. Edizione italiana tradotta da SYD MIGX
Steven Blush
AMERICAN PUNK HARDCORE
Una storia tribale
€ 17, pp. 464, centinaia di immagini
andrea aka scrive,
12 Dicembre 2007 @ 12:34
che cazzo,
a parte qualche errorino ortografico che mi è sfuggito anche a seconda attenta lettura, devo bestemmiare perchè il video del trailer del film non mi è stato inserito…come devo fare? Boh, santi Freto e Ku0k010 aiutatemi voi.
andrea
ku0k010 scrive,
12 Dicembre 2007 @ 15:22
Molto interessante, soprattutto per i riferimenti, se non ho capito male, a quelle formazioni OI! Punk-Skinhead d’inizio anni 80 italiane, magari ,in quel periodo, Carrisi correva felice con la Romina nelle sue tenute e cantava: felicità…- se esiste, sanremo, speriamo che li fulmini - un grande periodo quello per la nostra scena musicale che ci rese importanti nei circuiti che contavano e che ancora esiste ,perché, ad esempio, Marco Balestrino, storico fondatore dei Klasse Kriminale(devono essere citati per forza in questo discorso) , sforna ancora album, l’ultimo è targato 2005.
Nelle liste che passo a Dino spesso ci sono tanti gruppi di quel periodo che sono veramente difficili da recuperare, ma il buon Dino ha estratto parecchia roba: Kina, Klasse Kriminale, Negazione, Nabat, ecc
Ps Sono a disposizione di chi li vuole ascoltare basta contattare le solite etichette indipendenti.
Pps ho messo solo il link al video così anche per i poveri “umts” la vita è più semplice.ok?
Salute
Leo_Perry scrive,
12 Dicembre 2007 @ 21:03
Caro Andrea,dalle prime quattro righe ho subito capito che l’autore eri tu (punto)
Ottimo articolo come sempre,intendiamoci,ma con il solito neo: pensieri troppo lunghi,pochi punto e a capo (punto) Ciò a volte rende incomprensibile quello che si vuole esprimere,in quanto uno inizia a leggere e quando arriva a fine pensiero trova difficile mettere insieme il tutto (punto) Lo so che hai tanto da dire..ma ogni tanto fai un break con kit-kat (punto) Spero di non essere stato seccante,ma questo consiglio (che mi ha dato mia sorella) mi ha permesso di prendere sempre buoni voti ai compiti d’italiano (punto) Cici-Leo